Sulle mie opere


SUL MIO PENSIERO E SULLE MIE OPERE

Gianluigi Infantino


   Il contesto.

  L’epoca in cui vivo e opero si presenta come un momento della storia dell’umanità fortemente caratterizzato dalla frammentazione del pensiero sia nelle tematiche che nelle stesse affermazioni relative a ciascuna tematica, e quindi dalla conseguente incertezza esistenziale che da questo deriva. E’ stato detto tutto e il contrario di tutto e sia l’arte che la scienza, che la filosofia sono state nel tempo confinate a ruoli specifici e sempre più lontani dall’essere comunicanti tra loro e dunque dal fornire all’uomo una visione d’insieme della realtà che, per quanto possa esistere esclusivamente in funzione della nostra cultura, potrebbe comunque essere una base validissima per lo sviluppo di un pensiero critico e di una visione d’insieme del mondo.
  In conseguenza a questo, le tematiche universalizzanti dell’arte sono state man mano abbandonate in favore di temi sempre più particolari e specifici, con il rischio di diventare campi di ricerca scivolosi proprio perché osservati da punti di vista così contingenti che tendono a legarsi poco con il resto del mondo.
  I motivi per cui si è verificato questo fenomeno non sono da ricercarsi oggi nella scarsa validità o nel “fallimento” delle tematiche universalizzanti, delle ideologie che le sorreggono e dei valori che ne derivano, bensì dalla volontà, propria dello stile di vita consumistico, di mantenere una separazione delle conoscenze per un controllo più agile del pensiero delle masse e per una strumentalizzazione della cultura a fini lucrativi. In altre parole grazie all’annullamento del pensiero critico (quello che ci fa giudicare una cosa giusta o sbagliata, buona o cattiva, meglio o peggio di un’altra) si può proporre al pubblico, di volta in volta, prodotti di scarsa qualità, scarso contenuto, scarsa o nulla innovazione, oppure ciclicamente gli stessi prodotti presentati come nuovi!
  Ovviamente ogni visione conquistata dall’uomo si può ampliare o superare, ma la storia va tenuta sempre in considerazione se si vuole un’evoluzione del pensiero e non una sua stagnazione.


   La ricerca.

  Nella ricerca di un punto di vista abbastanza ampio che mi consentisse di analizzare la realtà senza essere succube delle influenze che il momento storico con la sua confusione, i suoi cambi d’umore e di direzione, il suo qualunquismo, la sua mediocrità, possa avere su un artista, ho concentrato le mie esplorazioni filosofiche e le mie sperimentazioni artistiche sulla condizione umana così come la sento io, poiché ho sempre creduto che una riflessione su quello che siamo sia imprescindibile da un ragionamento che conduca finalmente alla decisione di come vivere, di cosa fare (cioè cosa fare di … quello che siamo!).
  L’uomo non è mai un singolo, anche se può sentire di esserlo, è sempre supportato dalla società degli altri uomini che ne permettono l’esistenza, le condizioni di vita, e che determinano il livello culturale da cui egli può partire e dal quale può eventualmente evolversi. Il contesto è importantissimo nella storia di ogni uomo; ognuno si troverà a vivere e operare in un determinato contesto, e se apporterà delle innovazioni, lo farà relativamente a quel contesto.
  Solo che il contesto non è percepibile nella sue interezza, essendo noi stessi una parte di esso, e non avendo quindi una visone d’insieme da osservatori esterni. Si può provare a indovinare qualche dinamica di esso, qualche ciclicità, microscopica o macroscopica, ma non possiamo oggi sapere quali interazioni e quali effetti avranno domani le infinite cause che agiscono in natura (e nella società che è una parte di essa).
  Nonostante questo limite è comunque importante e interessante analizzare il contesto nel quale viviamo, sia per evitare la visione di una vita egoistica ed egocentrica, sia per studiare il fenomeno del contesto nel suo insieme di cause ed effetti infiniti, concependolo come un’unica struttura armonica ed organica della quale ognuno di noi altro non è che una cellula.
  Ecco quindi che quando parlo di condizione umana, non lo faccio intendendo la condizione del singolo uomo nella società, ma la condizione della società stessa inserita nel contesto più grande della natura.


   La mia concezione di arte.

  L’arte per come la intendo io in generale può essere descritta come la sintesi e lo sviluppo dei concetti di innovazione, comunicazione ed espressione.
  L’innovazione è una caratteristica imprescindibile per un’arte che vuole essere parte dell’evoluzione del pensiero dell’uomo, senza di essa l’arte come la conosciamo oggi non esisterebbe, e non sarebbe esistita arte in generale, ne tantomeno evoluzione di qualsiasi pensiero umano. In altre parole senza innovazione l’arte si trasforma in una sorta di “artigianato artistico” oppure di “arte di serie B”, un’attività fine a se stessa, che non produce cambiamenti storici nemmeno all’interno dello stesso territorio dell’arte.
  L’arte ha sempre avuto e deve continuare ad avere una forte carica innovativa poiché è un’attività a cui l’uomo ha consciamente o inconsciamente assegnato la responsabilità di essere la prima materializzazione del suo pensiero filosofico, poiché totalmente pura e slegata da ogni funzione utilitaristica può assumere il ruolo essenziale di mediatrice tra il pensiero e la materia.
  Essendo l’innovazione la caratteristica umana che, nel processo evolutivo della nostra specie, ci ha permesso di emanciparci in una certa misura dalla dipendenza dalle condizioni naturali, non si può non ammettere che un pensiero che non sia innovativo o che non tenda ad esserlo può rimanere solo un mero esercizio mentale, un arrovellamento sterile o un divertimento … ma a questo punto bisogna chiedersi se l’arte, che è la più diretta figlia del pensiero non sia a sua volta un mero esercizio, un arrovellamento sterile o una parodia di se stessa quando non è caratterizzata da uno sforzo innovativo.
  Il bisogno di attuare una comunicazione è invece la condizione necessaria perché esista qualsiasi opera d’arte.
  Ogni qualvolta un essere umano estrinseca un proprio pensiero in una qualsiasi forma ha fatto un’azione di comunicazione. Comunicazione che avviene dall’artista (mittente) verso un pubblico (destinatario) attraverso l’opera.
In realtà di questo meccanismo possono esserci molte varianti (l’artista può ad esempio lavorare col pubblico, oppure decidere di essere lui stesso l’unico destinatario del proprio messaggio) ma personalmente, in accordo con quanto detto prima sull’innovazione, preferisco rivolgermi come destinatario delle mie opere a un pubblico quanto più possibile esteso e composto da persone anche con culture e livelli culturali differenti. Questo in quanto credo che l’innovazione nell’arte passi, in buona misura, anche per la capacità dell’opera di comunicare.
  Sono contrario alla famosa asserzione che dice che in un’opera ognuno possa vedere quello che vuole, se l’artista vuol comunicare un concetto e il pubblico ne recepisce un altro o molteplici altri, assolutamente diversi da quello che era sua intenzione trasmettere, dovrebbe chiedersi se è stato un buon artista. Ogni volta che ci si accinge a produrre un’opera d’arte bisognerebbe chiedersi se il pubblico a cui è destinata la comprenderà attraverso i propri sensi, poiché, anche se le opere incomprensibili godono di un certo fascino, non sono che l’equivalente, nel migliore dei casi, di un componimento poetico scritto in una lingua nuova, con caratteri e regole grammaticali che solo l’artista conosce (nel peggiore dei casi neanche l’artista le conosce)! Inoltre credo personalmente che qualora si voglia, per necessità di espressione di un concetto, creare un linguaggio apposito e nuovo, questo debba comunque essere comprensibile attraverso delle “chiavi di lettura” fornite dalla stessa opera, e non spiegate e insegnate in separata sede. Dico questo perché credo che un’opera d’arte che si possa chiamare finita debba essere autonoma, che non debba avere elementi a cui è impossibile dare un significato attraverso la sola analisi dell’opera, o che almeno questi elementi siano talmente in accordo con l’espressività dell’opera che si possa considerare la loro conoscenza secondaria o opzionale per il godimento dell’opera.
  Ovviamente ognuno a seconda delle proprie esperienze vedrà in un’opera qualcosa di diverso da un altro, ma la bravura di un artista sta proprio nel far si che le diverse visoni soggettive di un pubblico eterogeneo siano accomunate dal fatto di essere tutte concordanti con il tema sviluppato nell’opera, e mai in contrasto con esso.
  Per espressività di un’opera intendo la capacità di coinvolgimento che questa ha nei riguardi dello spettatore. E’ questa la caratteristica che differenzia la prosa dalla poesia, l’opera d’arte visiva dalla sua recensione, dalla sua parafrasi. L’opera d’arte non è una cosa che deve spiegare un’emozione, la deve provocare direttamente nello spettatore, deve essere empatica con lo spettatore, e per esserlo deve presentare elementi in grado di dialogare direttamente con l’identità di quest’ultimo, coinvolgendolo in prima persona nel fatto di cui è testimone.


   Le mie opere.

  Volendo, come ho detto, trattare nelle mie opere il tema della condizione umana, e volendo farlo prendendolo in considerazione nella sua dimensione di società, di specie, ho dovuto ricercare un’espressività capace di concentrare, visualizzare e rendere oggetto di pathos, cioè trasportare in una dimensione coinvolgente per il singolo spettatore, fatti che si sviluppano in tempi e in dimensioni non direttamente osservabili. In questo modo lo spettatore acquista finalmente un ruolo di osservatore esterno di ciò che lo riguarda, ma conserva la consapevolezza di essere parte di quello che sta osservando.
  Essendo questi dei concetti difficili o forse impossibili da esprimere nella loro essenza tramite un’immagine statica, ho creato una tecnica che consentisse la fruizione di ogni singolo quadro in due tempi, da due punti vi dista, in modo da creare un discorso più complesso fatto di due momenti di fruizione, e nello stesso tempo che conservasse l’immediatezza che un’opera visiva deve avere.


   Le forme nelle mie opere.

  Nelle mie opere le forme assumono un significato contemporaneamente simbolico e concettuale, nelle forme intendo esprimere un livello di ordine, di entropia che varia a seconda del soggetto rappresentato, per questo motivo alcune delle forme che compongono le mie opere si troveranno precise e dettagliate, con un alto livello di controllo, altre invece si presenteranno volutamente casuali, costruite con tecniche che permettono di raggiungere una casualità dominata solo dalle leggi fisiche e quanto meno possibile  dalla mia mano.
  La forma nei miei quadri nasce dunque come tale, dagli stessi concetti che esprime simbolicamente.
Inoltre, affinché le opere potessero essere di immediata comprensione ho adottato un figurativismo simbolico e universale, nel senso che si tratta di una riproduzione di forme conosciute naturalmente da ogni spettatore, che fanno parte certamente della sua esperienza di vita, da cui egli può partire per immedesimarsi nell’opera e assimilare concetti complessi in modo olistico e patetico.


   Il colore nelle mie opere.

  La tecnica che utilizzo per decidere i colori da dare alle mie opere non è concettualmente dissimile da quella che utilizzo per ricavare le forme, si tratta anche in questo caso di un metodo che sintetizza significati simbolici e concettuali, e che esprime un livello di ordine all’interno delle forme rappresentate.
  Ho creato, per questo ciclo di opere sulla condizione umana una tecnica coloristica che si avvale dell’utilizzo di un filtro ottico, con il quale ho costruito degli occhiali che hanno l’effetto di modificare la percezione dei colori e di renderli in una scala di rossi.
  Dipingendo un quadro con l’utilizzo di questi occhiali non si è dunque più in grado di distinguere i colori, e per quanto si possa essere precisi ed accurati nel costruire un chiaroscuro plausibile in una scala di rossi, i colori scelti appariranno casuali sulla tela e permetteranno all’opera di avere un aspetto finito parzialmente incondizionato dall’artista, ma condizionato da quell’infinita interazione di cause ed effetti che costituisce la realtà e che si sintetizza nella mente dell’artista quando compie la scelta microscopica di utilizzare uno o l’altro colore (che dietro il filtro appaiono identici) ottenendo l’effetto macroscopico del condizionamento dell’aspetto dell’opera.


   Conclusioni.

  Quanto conosciamo la realtà che ci circonda? Quanto siamo in grado di prevedere di quello che si verificherà anche tra pochi attimi? E quanto di quello che si verificherà tra molto tempo? Quanto siamo in grado di influenzare un’evoluzione futura della nostra società? Quanto pesano le nostre scelte nel contesto in cui viviamo? Che relazione c’è tra il microscopico e il macroscopico? Che relazione c’è tra l’apparente intenzionalità di una scelta e l’apparente casualità di un fenomeno naturale?
  Questi i campi di ricerca che mi propongo se non di analizzare almeno di intuire e di rendere intuibili attraverso le mie opere.

Nessun commento:

Posta un commento